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Artisanal miners working in a coltan mining site in eastern Democratic Republic of Congo.

I minerali nelle nostre mani, il sangue a terra: Rubaya, il silenzio e i bambini che scegliamo di non vedere.

Di Blessing Okoedion sopravvissuta al traffico di esseri umani, ricercatrice e direttrice esecutiva di Weavers of Hope APS.

Il disastro minerario di Rubaya non è stato menzionato attraverso un importante titolo delle ultime notizie. Non c’è stata risonanza mediatica a livello globale né tantomeno i leader mondiali ne hanno parlato con urgenza. Eppure, nel gennaio 2026, più di 400 persone hanno perso la vita quando i tunnel sono crollati a Rubaya, sito minerario di Coltan nel Nord Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Molte delle persone uccise erano minatori artigianali. Molte erano donne. Molti erano bambini.¹

Rubaya non è un sito marginale. È una delle aree minerarie di coltan più importanti al mondo, che produce circa il quindici per cento dell’offerta globale.² Il coltan viene raffinato in tantalio, un minerale essenziale per la produzione di smartphone, laptop e innumerevoli dispositivi elettronici utilizzati quotidianamente in tutto il mondo. Questa tragedia si è verificata nel cuore stesso dell’economia digitale, eppure è stata accolta con un sorprendente silenzio internazionale.

Come sopravvissuta al traffico di esseri umani e come ricercatrice che lavora al fianco di altri sopravvissuti, riconosco questo silenzio. So cosa significa essere all’interno di un sistema economico che beneficia della tua sofferenza mentre finge di non vederti. Quello che è successo a Rubaya non è solo un disastro. È la conseguenza visibile di un modello globale costruito sull’estrazione, sulla disuguaglianza e sulla sacrificabili.

In tutta la Repubblica Democratica del Congo, decine di migliaia di bambini lavorano nell’estrazione mineraria artigianale. Stime affidabili indicano che circa 40.000 bambini sono coinvolti solo nell’estrazione del cobalto, molti altri invece sono impegnati nell’estrazione di coltan, oro e stagno.³ Alcuni sono bambini di sette anni. Scavano tunnel instabili. Trasportano pesanti sacchi di minerali. Respirano polvere tossica solitamente senza casco, guanti o maschere. L’attività mineraria è classificata come una delle peggiori forme di sfruttamento minorile a causa della sua estrema pericolosità e delle conseguenze a lungo termine sulla salute.⁴

Le ricerche dimostrano inoltre che il lavoro minorile nelle miniere congolesi spesso non è semplicemente una questione di povertà familiare. Esso è collegato al lavoro forzato e alla tratta di esseri umani. Studi sui siti minerari artigianali indicano che una percentuale significativa di lavoratori, compresi i bambini, si trova in situazioni di coercizione, schiavitù per debiti o tratta. I gruppi armati e le reti criminali svolgono un ruolo nel reclutamento e nel controllo.⁵ Nel Congo Orientale colpito dal conflitto, i bambini sfollati, orfani o separati dalle loro famiglie sono particolarmente vulnerabili. Alcuni provengono da altre regioni. Altri attraversano i confini dei paesi vicini, attratti da false promesse di lavoro o costretti attraverso la violenza.

Quando i tunnel crollano in luoghi come Rubaya, questi eventi vengono spesso descritti come incidenti. Ma quando gli stessi tipi di crolli si verificano ripetutamente, in siti noti per essere non sicuri, senza ispezioni, senza applicazione della legge, senza dispositivi di protezione, queste morti non sono incidenti; sono prevedibili, sono tollerate e sono il risultato di un sistema che considera certe vite sacrificabili.

La Repubblica Democratica del Congo possiede alcune delle riserve minerarie più ricche della Terra, tra cui più della metà delle riserve di cobalto conosciute al mondo.⁶ Eppure la maggior parte della popolazione congolese vive in povertà, mentre le multinazionali generano enormi profitti dai minerali estratti dalle loro terre. Questa è la realtà della disuguaglianza globale: la ricchezza fluisce verso l’esterno, mentre il rischio, la morte e la distruzione ambientale rimangono locali.

Presso Weavers of Hope APS lavoriamo al fianco di donne migranti, sopravvissute alla tratta e persone che hanno subito gravi episodi di sfruttamento. La nostra missione principale è promuovere la libertà, la dignità, l’emancipazione e l’inclusione sociale ed economica attraverso un sostegno, una protezione, una difesa dei diritti incentrata sui sopravvissuti e sull’accesso ai diritti stessi. Vediamo ogni giorno come le disuguaglianze globali, il razzismo e i sistemi economici sfruttatori spingano le persone in situazioni di vulnerabilità molto prima di venire in contatto con un trafficante. Le miniere del Congo fanno parte di questo stesso continuum di sfruttamento.

Esistono convenzioni internazionali volte a proteggere i bambini dallo sfruttamento economico. Le leggi nazionali in Congo vietano il lavoro minorile in settori pericolosi come quello minerario. Le aziende pubblicano testi etici sulle politiche di approvvigionamento. Eppure i bambini restano sottoterra. Questo divario tra legge e realtà mette in luce una verità fondamentale: gli impegni volontari senza applicazione non salvano vite umane.

Quando parliamo di tratta di esseri umani, dobbiamo ampliare la nostra prospettiva. La tratta non riguarda solo lo spostamento oltre confine o lo sfruttamento sessuale. Riguarda anche il lavoro forzato, la coercizione, gli abusi della vulnerabilità e il profitto ricavato dalla sofferenza. I bambini nelle miniere del Congo fanno parte dell’economia globale della tratta, anche quando non lasciano mai il loro Paese.

Ogni telefono che teniamo in mano, ogni laptop che utilizziamo, porta con sé una storia nascosta. Parte di quella storia è scritta nelle mani di bambini che scavano nell’oscurità. Non possiamo continuare a rivendicare l’ignoranza. Il silenzio non è neutrale. Il silenzio protegge lo sfruttamento. Il silenzio rende possibili queste morti.

Ricordare Rubaya non significa solo piangere i morti. Significa confrontarsi con il sistema che ha reso inevitabile la loro morte. Significa pretendere responsabilità aziendale, leggi vincolanti sulla catena di approvvigionamento, salari dignitosi per i minatori adulti, alternative reali per le famiglie e un’istruzione gratuita e accessibile per i bambini.

I minerali nelle nostre mani non dovrebbero mai valere più della vita umana.

Riferimenti

  1. Wikipedia, 2026 Rubaya Mine Collapse
  2. The Guardian, “More than 200 killed in coltan mine collapse in eastern DRC”
  3. Humanium, The Current State of Child Labour in Cobalt Mines in the DRC
  4. International Labour Organization (ILO), Worst Forms of Child Labour Convention
  5. Planet-Keeper, Child Labor in Cobalt Mining: Exploitation amid the Green Energy Boom in the DRC
  6. TIME Magazine, “The Dark Side of Clean Energy: Child Labor in Cobalt Mining”